E BUIO FU: QUESTO REFERENDUM NON S’HA DA FARE



Il dottor Sottile, alias Giuliano Amato, si siede compostamente sulla sedia, aggiusta con pacatezza gli occhiali sul naso e si prepara a discettare delle dichiarazioni di inammissibilità che hanno investito i referendum sulla cannabis e sull’eutanasia.

Tre dei sette referendum affondano a seguito delle cannonate della Consulta; e pensare che « il referendum sono un istituto importante » e non per forza « bisogna trovare il pelo nell’uovo […] », Amato dixit.

Se da un lato l’amarezza obumbra la felicità e la speranza che avevano dipinto questi giorni di attesa, dall’altro un ulteriore sforzo di lucidità pare necessario per commentare l’accaduto, descriverne i particolari e spiegare – a chi non ha trascorso le ultime ore incollato al televisore o davanti a Palazzo della Consulta – le motivazioni che hanno portato a questo triste esito.

Per farlo è necessario tornare ad alcune ore fa, nello specifico a ieri: giorno in cui la Corte Costituzionale si è espressa sulla inammissibilità del referendum sull’eutanasia.


L’eutanasia, ci pensi il Parlamento

Il cielo plumbeo lasciava un cattivo presagio negli animi degli attivisti radunatisi per strada, erano le 10.00 del mattino e Roma taceva addormentata.

Il quesito al deposito era stato adornato da un milione e duecentocinquantamila firme (1.250.000), una cifra raggiunta pochissime altre volte in passato. Nello specifico richiedeva di sottoporre alla votazione popolare la abrogazione dell’articolo 579 del codice penale (omicidio del consenziente).

Elaborato da un pool di giuristi dell’Associazione Luca Coscioni (ALC), è stato costretto a ritagliare il proprio vestito riformista in funzione dell’esclusiva opportunità di proporre referendum abrogativi – non sono previsti referendum che abbiano effetti propositivi.

Se il quesito fosse stato approvato, a seguito dell’ormai utopica votazione, avrebbe prodotto degli effetti rivoluzionari per l’ordinamento italiano: avrebbe legalizzato l’eutanasia, mantenendo salve le pene per l’applicazione del trattamento eutanasico ai minori e agli incapaci di intendere e volere.

Effetti che avrebbero attribuito dignità e libertà a tutti gli individui che, impossibilitati a rientrare nel novero degli ipotetici beneficiari del suicidio assistito (così come disciplinato dalla stessa Corte Costituzionale con la c.d. « sentenza Cappato »), riversano in condizioni di atroce sofferenza e indicibile dolore.

Nulla, il dottor Sottile non era d’accordo. E buio fu: il quesito è dichiarato inammissibile alle ore 19.45. Il silenzio dell’attesa d’improvviso scompare, le strade pullulano di giornalisti armati di microfono a caccia di interviste e una atmosfera ovattata s’impadronisce degli attivisti.

« Una stilettata al cuore », asserisce Mina Welby, « Una brutta giornata per la democrazia, ma continueremo ad utilizzare gli strumenti di sempre: la disobbedienza civile, le raccolte firme e, perché no, le elezioni », incalza subito Cappato ai microfoni dell’ANSA.

Le motivazioni? Per quelle bisognerà aspettare qualche giorno. Ma il dottor Sottile ci riserva una giustificazione ermetica nel comunicato:

« non sarebbe preservata la difesa minima costituzionalmente necessaria dell'esistenza umana, con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili ».

In altre parole: « eutanasia inammissibile, se ne occupi il Parlamento », Amato dixit.


Cannabis, hanno sbagliato la tabella

I promotori (Meglio Legale in testa, con Marco Perduca e Antonella Soldo), ancora traumatizzati dal triste esito imperversato sulle sorti del referendum « eutanasia legale » il giorno prima. si alzano di buon mattino e si recano a Palazzo della Consulta. Accanto a loro uno stuolo di attivisti fa da scudo chiamando a raccolta il coraggio e la speranza: questa volta andrà bene.

Il quesito, laddove fosse stato approvato, avrebbe comportato la depenalizzazione della condotta di coltivazione di qualsiasi pianta, e l’eliminazione della pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa alla cannabis e alle sostanze ad essa assimilate (Tab. II e IV), con eccezione della associazione finalizzata al traffico illecito. Inoltre, sul piano amministrativo, avrebbe eliminato la sanzione della sospensione della patente di guida e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori attualmente destinata a tutte le condotte finalizzate all’uso personale di qualsiasi sostanza stupefacente o psicotropa.

L’attesa si protrae per tutto il giorno tra inesatte fughe di notizie e apocrifi comunicati, ma dal Palazzo muto ancora nulla.

Alle ore 18.00 arriva il responso: anche il referendum cannabis è inammissibile.

La motivazione? Anche per questa dovremo attendere qualche giorno, ma oggi il dottor Sottile ci riserva un unicum nella storia della Corte Costituzionale: una conferenza stampa post seduta.

Arriviamo dunque al momento iniziale. Il Presidente, dopo essersi accomodato, lancia subito la stilettata:

« Il referendum non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, le cosiddette droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali […] ».

In altre parola: « i promotori hanno sbagliato a fare il quesito, quindi questo non è un referendum sulla cannabis », Amato dixit.


Il Partito, il Papa e il Presidente: le tre P contro il referendum

Entrambi i giudizi presentano delle connotazioni singolari, non fosse altro che per l’audacia e la sbrigatività con cui si è inteso liquidarli. Per le motivazioni dovremo ancora attendere qualche giorno, ma le sagaci risposte del dottor Sottile ci permettono di trarre alcune brevi conclusioni.

Eutanasia. La tutela della vita è intesa nella versione di Amato nel suo aspetto squisitamente cristiano, scevro da ogni accezione laica e oggettivistica che avrebbe potuto contribuire a informare i criteri di tutela ipoteticamente minacciati dal referendum.

È vita il completo sgretolamento dei propri sensi, la più singolare e autonoma disposizione del corpo e della mente? Oppure è vita ciò che prosegue nello scorrere del tempo lasciandosi consumare dal deperimento, fagocitata dal nulla, abbandonata all’inerzia?

Vi sono limiti e pastoie che incagliano questa nostra esistenza negli artigli dell’eticità statuale: esse sono le norme degenerate dalla tradizione clerico-fascista. Tentacoli imperversanti circondano i nostri corpi, imponendoci una triste prigionia in un illuso riflesso di libertà.

Inoltre, è previsto che i referendum dispieghino i loro effetti abrogativi anche sessanta giorni dopo l’esito della votazione, se lo si ritiene opportuno. In un segmento temporale di tale entità il Parlamento avrebbe potuto legiferare, disciplinando gli aspetti apparentemente più oscuri e perigliosi, regolamentando le limitazioni ritenute adeguate. Ciò non è stato minimamente preso in considerazione dalla Consulta, poiché è stato assunta come verità apodittica la conclamata immobilità parlamentare, la sua incapacità di intervento. Scettico e sospettoso, il giudice delle leggi ha con alterigia sottratto la scheda agli elettori: questa votazione non s’ha da fare.

La dichiarazione di inammissibilità del referendum sull’eutanasia assume i fetidi tratti di un proclama clericale macchiato ulteriormente da una impavida discrezionalità.


Cannabis. Per quanto inerisce alla dichiarazione di inammissibilità del secondo referendum c’è poco da dire, perché si tratta di un aberrante errore materiale. Il quesito, in ottemperanza alla sentenza della stessa Corte Costituzionale, fa riferimento alle tabelle contenenti cannabis e derivati (Tabelle II e IV – così come modificato a seguito della sentenza 12-25 febbraio 2014, n. 32 , che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 4-bis del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272).

Il quesito era corretto, non avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile, ciò che dice Amato è falso.

Si fa difficoltà nel credere che la Consulta abbia commesso un errore di questa rilevanza senza ricorrere a sottili elaborazioni, ad accurate valutazioni ed a sapienti responsi. Una difficoltà che genera rabbia, rancore, risentimento, strazianti disillusioni e angosciosi interrogativi.


I pensieri corrono veloci in queste ore. Si cerca di rimettere insieme i pezzi, di fare ordine in uno spirito provato da emozioni troppo antitetiche: emozione, rabbia, gioia, ansia, speranza, angoscia, rancore, disillusione.

Si riflette soffermandosi sulla plenaria astensione dei partiti nel periodo referendario, che subito dopo la dichiarazione della Corte s’affannano come morotei per formulare dichiarazioni sovraccariche di ambiguità, al solo scopo di accaparrarsi le simpatie dell’elettorato giovanile.

Un film già visto, dalla trama dozzinale.

Si rimugina pensando a Fazio senza saliva che, dopo averlo venerato, lascia a Jorge Bergoglio campo libero per tenere un’ora di catechismo su Rai3 (sic!). I ripetuti comunicati del Vaticano a difesa della vita, lapalissiani nel condannare il ricorso all’eutanasia, incidenti nel sollecitare i fedeli per una eventuale astensione. Altro non erano che l’influenza di un Capo di Stato estero, vestito da divinità.

Un copione già scritto, di uno spettacolo già recitato.

E buio fu: il sistema ha detto che il referendum non s’ha da fare.


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