IL DANNO AL TIMORE DI AMMALARSI

Nel presente articolo si vuol dar risalto ad una particolare tipologia di danno, ovviamente nei margini che ne consente tale sede, riconosciuta ai lavoratori costituitosi parte civile all’interno del processo Ilva “ambiente svenduto” concluso con sentenza del 31.05.2021. A tali lavoratori è stato riconosciuto il diritto al risarcimento del “danno al timore di ammalarsi”.

Tale particolare tipologia di danno è stata riconosciuta in Italia per la prima nel noto caso Seveso del 1976. In tale circostanza la Corte di Cassazione riconobbe il diritto al risarcimento del danno al timore di ammalarsi a 86 cittadini che abitavano in prossimità dell’impianto Seveso, dal quale, il 10 luglio 1976, fuoriuscì una nube tossica composta da diossina derivante dallo scoppio delle caldaie dello stabilimento dell'Icmesa. I Giudici della III sezione civile classificarono tale tipologia di danno come sottovoce descrittiva del danno non patrimoniale e riconobbero, per la prima volta, rilevanza giuridica anche al patema d’animo sofferto dai cittadini preoccupati per il proprio stato di salute. Un risarcimento che, come sottolinearono i giudici di legittimità, “ben può essere provato per presunzione, essendo sufficiente la rilevante probabilità del determinarsi” del patema d’animo e della sofferenza interna dovute alla preoccupazione di ammalarsi.

Con la sentenza del 13/10/2017 n. 24217 la Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi di tale tipologia di danno. In tale circostanza la Corte d’appello di Venezia aveva condannato l’Autorità Portuale di Venezia al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale nei confronti di un lavoratore che, durante l’espletamento della propria attività lavorativa, aveva inalato microfibre di amianto e che, a causa di tale inalazione, aveva contratto placche pleuriche. Le placche pleuriche sono la diretta conseguenza dell’esposizione di un individuo alle microfibre di amianto. Il lavoratore ammalato sosteneva di vivere con la preoccupazione di poter contrarre la più grave malattia del mesotelioma, anch’essa conseguente all’inalazione di fibre di amianto. Nei primi due gradi di giudizio, i giudici di merito avevano accertato la responsabilità del datore di lavoro di non aver adottato tutte le misure di sicurezza, previste dalla legge, al fine di tutelare la salute dei propri lavoratori.

La Suprema Corte dopo aver ribadito che “la prova del nesso causale consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, ossia del – più probabile che non…” ha proceduto alla personalizzazione del danno al timore di ammalarsi.

La novità apportata da questa sentenza risiedo appunto qui: per la prima volta, la Corte di Cassazione ha proceduto a parametrare il danno al timore di ammalarsi tenendo conto dell’insieme dei pregiudizi sofferti, ovvero le condizioni personali e soggettive, le particolarità del caso concreto e la reale entità del danno. In altre parole, la Corte ha rilevato che nel meccanismo di liquidazione non opera una valutazione automatica del danno morale ma “un’adeguata e circostanziata personalizzazione del pregiudizio subito” dal lavoratore ammalato e timoroso di contrarre una malattia, asbesto correlata, ben più grave.

Alla luce di quanto innanzi, appaiono evidenti, quindi, quali sono gli oneri probatori ai fini del riconoscimento del danno al timore di ammalarsi. In particolare, i lavoratori, che intendano rivendicare il loro diritto, pur non avendo sviluppato alcuna malattia, avranno l’onore di dimostrare:

  • Di essere stati sottoposti a sostanze nocive e di correre, per questo, il rischio concreto di sviluppare una grave patologia;

  • Il colpevole inadempimento del datore di lavoro in ordine ai propri obblighi di sicurezza;

  • Il patema d’animo di conseguenza patito, consistente in uno stato di angoscia e sofferenza permanente che si prova dinanzi alla possibilità che si venga diagnostica da un momento all’altro una malattia dall’esito infausto.

Tra le sostanze nocive che possono provocare una grave danno alla salute vi è da annoverare l’amianto.

Laddove, a fronte di una esposizione prolungata e costante negli anni, quasi sempre giustificata da un rapporto di lavoro che non ha saputo tutelare la salute del lavoratore, ovvero della sua parte più debole, la conseguenza in termini di danno può essere gravissima, se non addirittura letale.

Le conseguenze derivanti da tale terribile contatto sono infatti spesso mortali. Infatti, com’è noto, le fibre di amianto, se inalate od ingerite, sono dannose per l’uomo, in quanto possono provocare gravi malattie quali, principalmente, l’asbestosi (una fibrosi estensiva non tumorale del polmone), il carcinoma (tumore del polmone) ed il mesotelioma (tumore del mesotelio).

A distanza di più di 40 anni dal caso Seveso, tale danno è stato riconosciuto anche ai lavoratori dello Stabilimento Siderurgico di Taranto che, a causa dell’esposizione a notevoli fattori di rischio, hanno subito il c.d. danno al timore di ammalarsi, riconosciuto, come già detto, per la prima volta nel lontano 1976.

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