La disabilità nella storia

La riflessione nasce in seguito ad esperienze personali vissute in varie occasioni, in diversi contesti di volontariato o familiari, con persone disabili. È sorta dunque spontanea la considerazione su un tema di estrema attualità, con cui ognuno di noi viene a contatto quasi quotidianamente: il rapporto con la disabilità. Ho cercato, per questo, di affrontare un argomento ancora troppo poco trattato, indagando attraverso la storia e scoprendo come le varie civiltà, nei secoli, si siano rapportate con la diversità di alcuni individui affetti da handicap e che ruolo abbiano dato loro nella società.

I disabili all’interno della società sono talvolta ancora discriminati e maltrattati, visti come un peso, come ricordano alcuni tristi episodi di cronaca recente.

Partendo dalle origini, nella Grecia antica, dove la disabilità congenita era considerata come una punizione soprannaturale e i disabili erano emarginati, il percorso tratterà della Roma antica, nella quale la situazione non era molto diversa. Giungeremo rapidamente ad un’epoca a noi vicina, quella della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale si consumò il più grande sterminio di tutti i tempi; infatti, molto prima delle deportazioni degli ebrei, i nazisti iniziarono, in maniera apparentemente silenziosa, con l’eliminazione fisica delle persone con disabilità, incompatibili con il culto della razza che il regime enfatizzava. Il progetto è conosciuto come AKTION T4: circa 70 mila disabili vennero eliminati in quanto le loro vite erano considerate indegne di essere vissute: un peso, economicamente parlando, troppo grande ed inutile da sostenere.


Esploreremo dunque la brutalità dei trattamenti riservati a queste persone, per di più bambini, uccisi nelle maniere più atroci.

La situazione sociale delle persone con disabilità andò migliorando nell’immediato dopoguerra, per esempio nel 1948, quando a nord di Londra, nel villaggio di Stoke Mandeville, si tennero quelle che ora sono le Paralimpiadi, nate nel 1960 a Roma, con le quali si cercò di utilizzare la pratica sportiva come strumento di recupero sia fisico che mentale.

Dopo tante umiliazione e sofferenze patite nel corso dei secoli, le persone disabili stanno recuperando i loro diritti, sottratti per così tanto tempo. Infatti nel Dicembre 2006 l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, il cui scopo è “promuovere, proteggere e garantire il pieno godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità”. Alcuni articoli della Convenzione verranno presi in considerazione e confrontati con la situazione attuale, cercando di capire se sono realmente entrati in vigore nella società, ma soprattutto nella mentalità delle persone.

Secondo una personale esperienza, le persone affette da disabilità non sono assolutamente un peso; senza dubbio necessitano di molte cure aggiuntive, ma sono piene di vita e desiderose di dare il loro contributo all’umanità, sono ricche di gioia e semplicità che talvolta le persone normodotate perdono di vista.


Società e disabili nell’ANTICA GRECIA

La disabilità è sempre stata presente all’interno delle società e se si parte dalle tradizioni più antiche per arrivare ai giorni nostri ci si rende conto come sia cambiata la mentalità. Spesso, chi era afflitto da handicap veniva emarginato e privato di cure necessarie ad alleviare i disagi fisici e psichici. Le malformazioni erano molto diffuse nel mondo greco (il termine “deformità” incarna il significato di una disabilità fisica o mentale, in quanto non esistono definizioni corrispondenti nell’antichità ne, tanto meno, è semplice distinguere una patologia dall’altra).

Nell’antichità classica, l’approccio della società ai disabili era in gran parte determinata dalla religione che considerava bellezza, integrità fisica e psichica come segni della grazia divina, mentre bruttezza, deformità e un diverso modo di concepire la realtà dal punto di vista mentale erano interpretati come marchi di una punizione soprannaturale che non doveva essere curata da nessun essere umano. Invece, la disabilità non era vista come un castigo e suscitava pietà e compassione quando non era congenita, ma era causata da malattie, incidenti, guerre o da una naturale decadenza del corpo o della mente.

In Grecia era diffusa l’idea che solo il kalos (il bello) fosse compatibile con l’agathos (il buono). Fatta questa premessa, anche le regole imposte da Licurgo a Sparta risultano giustificabili. “I genitori non avevano diritto di allevare i figli, ma dovevano portarli in un luogo chiamato tesche, dove gli anziani esaminavano il bambino: se lo vedevano sano e robusto ne disponevano l’allevamento e gli assegnavano in anticipo una porzione di terreno demaniale; se invece lo trovavano gracile e malfatto, ordinavano che fosse gettato in una voragine del monte Taigeto, detta Apotete. Non conveniva infatti né alla polis né al bambino stesso che fosse lasciato crescere per restare sempre debole e dal fisico infelice.

Nella famosa Città-Stato sopracitata era presente una commissione governativa che al momento della nascita esaminava i bambini e qualora gli esaminati avessero delle malformazioni venivano lanciati dalla cima del Taigeto, o morivano per cause naturali. Essi erano un peso per la società, e spesso venivano immolati a fini propiziatori, ancora piccoli, o arruolati in guerra come soldati, con un destino segnato, vista l’incapacità difensiva.

7 anni venivano tuttavia sottoposti a continue prove di forza e resistenza come dormire all’aperto anche in inverno, lottare con belve feroci e sopravvivere alla foresta: di fatto si incoraggiava già all’epoca una avvilente selezione della specie. Anche coloro che, pur in assenza di visibili deformità, con il crescere dimostravano anomalie come la sordità e il mutismo, erano considerati incompatibili con la vita.





Nell’ANTICA ROMA

Nell’antica Roma l’approccio non era molto diverso: i bambini con deformazioni evidenti venivano soppressi al momento della nascita mentre gli altri se entro i 3 anni mostravano segni di sordità venivano eliminati in quanto incapaci di apprendere.

“Cito necatus insignis ad deformitatem puer esto”

“Un bambino chiaramente deformato deve essere condannato a morte”

Così recita la IV legge delle dodici tavole (V secolo a.C.), dalla quale apprendiamo che anche il mondo latino riprendeva la concezione greca della deformità come risultato della volontà degli dei e come colpa da espiare.

I Romani utilizzavano la rupe Tarpea. Anche nel mondo latino vediamo un accostamento tra malattia e volontà degli dei, i quali però non erano ritenuti gli unici responsabili, ma le cause di molti disturbi mentali dell’uomo erano individuabili anche nel lusso, nell’ avidità e in molti vizi che opprimevano, secondo loro, l’animo umano.

Rimane tuttavia l’idea dell’emarginazione e peggio ancora dell’eliminazione dei malati incurabili, come emerge dalle parole di Lucio Seneca:

“Portentosos fetus extinguimus, liberos quoque, si debiles monstrosique editi sunt, mergimus; nec ira sed ratio est a sanis inutilia secernere”


“Soffochiamo i nati mostruosi, anche se fossero nostri figli. Se sono venuti al mondo deformi o minorati dovremo annegarli. Ma non per cattiveria. Ma perché è ragionevole separare esseri umani sani da quelli inutili...”

Anche nei confronti dei legionari che di ritorno dalle battaglie mostravano menomazioni significative l’atteggiamento era di emarginazione e abbandono, anche se venivano riconosciuti loro e alle loro famiglie grandi onori.




Nel Cristianesimo, Medioevo e Illuminismo

Il Cristianesimo cambiò il corso di questa tragica storia. Ci fu l’avvento della pietà, della difesa degli infelici, della protezione dei più deboli e malati. Una folla di storpi, paralitici, lebbrosi, ciechi e di derelitti seguivano Gesù di Nazareth. “Abbi pietà di noi”, supplicavano. Gesù vide infatti nell’uomo la sua sofferenza, e non l’inutilità o la ripugnanza: Sono tutti figli di Dio.

Ma poi il percorso storico del cristianesimo inciampò in papi come San Gregorio Magno che non ebbe difficoltà nel dichiarare: “Una anima sana non troverà albergo in una dimora malata...!”. Il vescovo Cesario di Arles affermò che la disabilità era frutto della lussuria, che induce a non rispettare con l’astinenza i giorni che devono essere dedicati al Signore, cioè le festività e il periodo della quaresima. Chi non si atteneva a tale precetto correva il rischio di avere dei figli affetti da lebbra, epilessia e, quindi, posseduti dal demonio.




Ma ciò che dissero quel papa e quel vescovo non stupisce più di tanto: quelle deformità, quelle disabilità, quelle menomazioni suscitavano paura e sentimenti di orrore condiviso tra la ignoranza e le credenze della povera gente.

La concezione delle persone in condizioni di disabilità e dei malati è in questo periodo storico molto particolare; a influenzarne l’approccio ci furono diversi fattori:

-La convinzione che il corpo altro non è che il carcere dell’anima

-La connessione tra malattia e peccato

-La forte credenza nella magie e nelle streghe

In un contesto così variegato si possono identificare diversi tipi approcci:

-Vedere nei malati la possibilità di redimersi dei propri peccati attraverso la carità

-Vedere nei confronti delle madri accusate di aver avuto rapporti carnali con il demonio e per questo venivano perseguitate e a volte uccise.

-Vedere le povere creature che venivano derise e oltraggiate, le loro deformità mostrate nelle piazze.

Ad alcuni disabili, però, era permesso girare, soprattutto in occasione delle festività religiose, per le città medievali con lo scopo di chiedere l’elemosina. Essi dovevano essere percepiti dai normali come un monito perenne che doveva ricordare loro la triste sorte riservata a chi non rispettava i precetti della Chiesa, appesantendo quella situazione antropologica già fortemente ipotecata dal peccato originale e dalla cacciata dal paradiso.


In questo periodo funse come spettro principale della punizione divina la peste. Essa venne considerata il castigo meritato da chi aveva commesso molti peccati, soprattutto di lussuria. C’era la convinzione che la lebbra fosse una patologia a trasmissione sessuale e, onde evitare la sua diffusione, i malati dovevano essere riconoscibili.

Per tale ragione portavano appesa al collo una campana che avvertiva del loro arrivo e una croce gialla, che troneggiava sugli indumenti. Per tenerli lontani dalla città con l’obiettivo di evitare il contagio fisico e morale, furono costruiti i lazzaretti che li ospitavano. In questa maniera furono poste le basi per quel discorso ideologico, destinato ad implementarsi nei periodi successivi, che ha il suo paradigma fondante nella separazione dei sani dai malati, ovvero nell’emarginare ogni diversità sociale.




Una sorte diversa, fra i disabili, venne riservata ai gobbi e ai nani, che divennero giullari di corte, a cui spettava il compito di far divertire i nobili. Di essi si aveva un grande rispetto: erano gli unici membri della corte che potevano permettersi il lusso di dire quello che pensavano, anche al proprio re.



In quel tempo, i folli assunsero il ruolo sociale di portatori dell’eredità satanica. Essi erano considerati il concentrato di tutte le nefandezze e le malvagità imputabili al genere umano: ed è proprio per questa ragione che dovevano essere isolati dal resto del mondo. Si crearono, così, i presupposti per quelle strutture di segregazione che diventeranno i manicomi.

Si delineò, così, la divisione medica sociale e culturale fra patologie del corpo e patologie della mente, fra folli e savi. Le due categorie di pazienti trovarono allocazione in strutture distinte. I manicomi si diffusero in tutta Europa; In alcuni di essi i pazienti furono racchiusi in gabbie e, pagando un piccolo obolo, potevano essere osservati nelle loro stravaganze dal popolo.

Nel 15° secolo il territorio tedesco offriva i suoi grandi fiumi per organizzare “le navi dei folli”, Imbarcazioni cariche di dementi o minorati fisici che in un punto del loro percorso si accostavano a rive deserte per “scaricare”, nel vero senso della parola, questa massa di persone infelici ed inabili, abbandonandole al loro triste destino.

Con l'Illuminismo ci fu un risvolto positivo della situazione. Siamo nel Settecento: Il malato iniziò ad essere considerato per quello che era: una persona che soffre. E con la sofferenza cominciarono gli studi per provare ad alleviarla. Si studiò il funzionamento del corpo e aumentò la conoscenza delle malattie; Si osservava per capire e cercare di curare.

Nel 1749 il filosofo francese Diderot venne arrestato per aver diffuso idee troppo avanzate all’epoca, e per aver divulgato la famosa “Lettera sui ciechi e ad uso di coloro che ci vedono”. Erano riflessioni sul concetto di “normalità”.

In questo periodo si affermò in maniera preponderante la medicina, come scienza esercitata da una parte di quella élite che deteneva il potere, ovvero la borghesia.

La disabilità venne medicalizzata e curata negli ospedali che, in numero crescente, sorsero in quel periodo. Essa venne classificata a seconda della sua curabilità, per cui i disabili furono divisi in due categorie, i curabili e gli incurabili. Fra questi ultimi rientrarono i malati di mente, il cui destino era quello di essere internati per tutta la vita.

Nell'OTTOCENTO La rivoluzione industriale dell’Ottocento spazzò via tanti pregiudizi. Al centro dell’interesse ci fu la macchina con le sue capacità produttive. La medicina fece passi importanti: cercò di curare, raddrizzare e rieducare. L’evoluzione della scienza aprì nuove prospettive attraverso la chimica e con l’aiuto di nuovi strumenti di indagine. L’introduzione delle macchine nella filiera produttiva, che avvenne in maniera massiccia nell’Ottocento, fece sorgere i primi disabili fisici, la cui invalidità venne causata proprio dall’utilizzo di questi nuovi mezzi industriali. Il numero sempre crescente di individui che presentavano problematiche visive o menomazioni ortopediche cambiò la percezione sociale della disabilità. In pratica, essa venne considerata una condizione da dover curare, studiando tutti gli ausili che potevano permettere a questi soggetti di ritornare ad essere attivi e, quindi, nuovamente utilizzati nelle industrie. Laddove questo non poteva avvenire, i nuovi disabili furono condannati ad una condizione di marginalizzazione sociale Nell’Ottocento maturarono il movimento socialista e quello comunista, la cui finalità era quella di portare l’istruzione a tutti i livelli sociali, ma con la subordinazione di questo ideale a fini politici, nei sistemi scolastici di ispirazione marxista. Con l’applicazione delle scoperte, relative agli strumenti di osservazione, all’evoluzione della medicina verso la biologia, alla genetica e alla psichiatria, ai progressi della fisica e della chimica, iniziò l’esame dei cromosomi umani. Nacque l’antropologia culturale e, quindi, cominciarono le prime classificazioni comportamentali, fatte sulla base di studi psichici e neurologici, che riproposero un’impostazione discriminante verso le diversità.

PRIMA GUERRA MONDIALE Alla fine della Prima Guerra Mondiale, l’elevatissimo numero di disabili ( si parla otto milioni “di scemi di guerra”, quindi invalidi, mutilati, ciechi e pazzi) fece assumere un nuovo atteggiamento generalizzato verso la disabilità: con la legge 12 luglio 1923 furono accolte le aspirazioni dei mutilati di guerra e fu disciplinata giuridicamente anche la figura dell'invalido di guerra e gli orfani di guerra.

Intesa come connotazione sociale differente, la disabilità venne riconosciuta e da ciò derivò la necessità di rispetto, intervento e rimedi economici. Per i bambini invece con la Riforma Gentile, nel 1923, non cambiò sostanzialmente la situazione: rimase predominante l’idea di scuola fortemente selettiva. Da questo momento l’istruzione pubblica prese in carico anche l’educazione speciale, che viene disciplinata da una nuova normativa. Ci sembra di intravvedere un cambiamento di rotta, seppur graduale: si passò dall’iniziativa privata e dal volontariato all’intervento educativo in scuole speciali; sintomo di una sempre maggiore attenzione alle esigenze delle persone con deficit, nonostante la filosofia continuasse a essere quella dell’esclusione delle persone diverse dagli ambienti normali. Nonostante tutto le discrasie e contraddizioni storiche persistettero, come vedremo.

Germania nazista e l’Aktion T4 La Giornata della Memoria è anche l’occasione per ricordare lo sterminio dei disabili e il progetto T4, che fu la vera miccia per le atrocità portate avanti nei campi di concentramento dalla Germania nazista. Così Adolf Hitler scriveva nel suo Mein Kampf: “Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese.” Tutto cominciò da loro, nei lontani anni Trenta. Le persone con disabilità venivano utilizzate come cavie da laboratorio per testare nuove tecniche di annientamento, sterilizzazione ed eutanasia. Prima toccò ai bambini, poi agli adulti con il progetto T4 ( come anticipato, noto anche come Aktion T4): Quello che fu considerato a tutti gli effetti una prova generale del successivo sterminio degli ebrei spezzò, in pochi anni, decine di migliaia di vittime. Ogni anno il 27 gennaio, il nostro contributo alla memoria ricorda tutte le vittime di un progetto di sterminio perpetrato a danno di persone la cui unica colpa era quella di essere ebrei, omosessuali o disabili.


Lo sterminio dei disabili cominciò dai bambini, a pochi mesi dalla presa di potere di Hitler. Il 14 luglio 1933, il Führer emanò la famosa legge sulla sterilizzazione, cui fece seguito, il 18 ottobre 1935, quella sulla salute coniugale, che impediva i matrimoni e la procreazione tra persone disabili, favorendo in questo modo una serie di pratiche abortiste. Da lì, il passo verso l’eutanasia fu breve. Prendendo come pretesto le suppliche di alcuni genitori tedeschi che chiedevano la morte per i propri figli nati disabili, Hitler azionò questo macabro strumento di morte. Era il 1938 e la prima vittima fu il neonato degli Knauer. Il progetto fu pianificato ad arte, con un comitato retto da alcuni medici di fiducia del Führer e un decreto che obbligava ostetriche e dottori a dichiarare allo Stato tutti i bambini nati con specifiche condizioni mediche. Il primo reparto infantile nacque nel 1940 a Brandenburg- Gorden, vicino Berlino. Il provvedimento con cui era stato costituito non faceva ovviamente parola del reale obiettivo dell’istituto e informava gli uffici sanitari che “sotto esperta supervisione medica, il reparto di psichiatria infantile a Gorden, vicino Brandeburgo sull’Haven, fornirà tutti gli interventi terapeutici disponibili, resi possibili da recenti scoperte scientifiche”. In poco tempo, luoghi come questo proliferarono in tutta la Germania e in tutti i territori occupati. Trattandosi di un’operazione segreta, le numerose morti non dovevano dare troppo nell’occhio e così ai neonati venivano somministrati farmaci regolarmente utilizzati in qualsiasi struttura sanitaria: perciò, i bambini morivano non a causa dell’ingerimento di veleni estranei ma di un’overdose di un farmaco comune.

Inoltre, le overdosi non davano luogo ad una morte immediata ma a complicazioni mediche, in particolare la polmonite, che alla fine (di solito nel giro di due o tre giorni) provocavano il decesso. A quel punto i medici potevano constatare una “morte naturale”.



Lo sterminio dei disabili adulti: il progetto T4 I bambini di Gorden e di tutti gli altri dei reparti infantili furono uccisi perché non potevano avere spazio nel progetto della società tedesca del futuro. L’eliminazione dei disabili adulti, invece, mirava a cancellare il passato. “Quelle dei disabili – come disse Hitler nella riunione preparatoria – erano vite indegne di essere vissute”. Nacque, così, il progetto T4, rivolto allo sterminio dei disabili adulti. Alla base del progetto vi era comunque un motivo di ordine economico: secondo gli accurati calcoli di uno statistico del Reich, l’eutanasia dei portatori di handicap adulti avrebbe fatto risparmiare all’erario tedesco quasi 900 milioni di marchi, senza contare il mancato esborso di spese alimentari e di mantenimento. A questa atroce iniziativa seguì il progetto “Aktion 14 F13“, che eliminò tutte le persone che non erano in grado di lavorare. Molti soggetti disabili, definiti tali in base ad una sommaria diagnosi psichiatrica, vennero deportati in strutture simili ai centri infantili prima citati e uccisi nelle camere a gas, soluzione definita dai medici tedeschi come “subitanea e meno dolorosa”. Quando, il 24 agosto 1941, pressato dall’opinione pubblica interna, Hitler ordinò la temporanea sospensione delle esecuzioni (ordine che non riguardò i bambini), si calcolò che il progetto T4 avesse fatto più di 70.000 vittime. Gli storici di Norimberga, però, accertarono come questa cifra fosse eccessivamente inferiore ai dati reali perché non teneva in considerazione le innumerevoli morti causate con iniezione letali prima e dopo le uccisioni di massa. La disabilità e lo sport: Stoke Mandeville Sono passati quasi 70 anni e dobbiamo riconoscere che la situazione è notevolmente migliorata ma dopo quanto successo è bene tenere sempre il radar acceso su fenomeni che è meglio prevenire e non dimenticare. L’inserimento delle persone con handicap diversi nella vita normale, e nello sport in particolare, è relativamente recente. Le persone colpite da paralisi spinali traumatiche sono state le prime a praticare attività sportive grazie alla dedizione di Sir Ludwig Guttman, un neurochirurgo inglese, responsabile di un centro di riabilitazione motoria nel villaggio di Stoke Mandeville. Questo Centro diventò operativo alla fine della seconda Guerra Mondiale; infatti proprio qui arrivarono i primi soldati britannici portatori di lesioni per cause belliche e, sempre in questo posto, il dottor Guttman ebbe l’intuizione e il merito di introdurre la pratica sportiva tra i portatori di handicap come strumento di recupero sia fisico che mentale per entrambi i sessi. Grazie allo sport, i pazienti paraplegici cominciarono a sviluppare e rafforzare il loro fisico, ma soprattutto a superare le forti depressioni di cui pativano. Lo sport rappresenta un eccellente modo per recuperare e ritrovare interesse per la vita. In questo villaggio a nord di Londra nel 1948 ebbero inizio i primi giochi di Stoke Mandeville, diventati in seguito le attuali Paralimpiadi. La storia della disabilità e le prime Paralimpiadi Grazie allo sport, i pazienti paraplegici cominciarono e sviluppare e rafforzare il loro fisico, ma soprattutto a superare le forti depressioni di cui pativano. Lo sport è un eccellente modo per recuperare e ritrovare interesse per la vita sociale. Il termine Paralimpiade definisce l’Olimpiade dei nostri tempi, estiva e invernale, riservata agli atleti disabili, che si disputa circa due settimane dopo la chiusura dei Giochi Olimpici, nella stessa sede e negli stessi impianti. La prima Paralimpiade estiva si tenne nel 1960, a Roma, grazie ad una idea del chirurgo Antonio Maglio. Fu proprio Roma ad anticipare i tempi, gemellando il più prestigioso degli eventi agonistici di sempre, l’Olimpiade, alla IX edizione dei Giochi internazionali di Stoke-Mandeville riservati unicamente agli atleti paraplegici. Il 18 settembre 1960, due settimane dopo la cerimonia di chiusura dell’Olimpiade, l’impianto romano dell’Acqua Acetosa vide sfilare per la prima volta ‒ davanti a 5000 spettatori ‒ 400 atleti disabili in carrozzina e 250 accompagnatori, in rappresentanza di 21 paesi: Argentina, Australia, Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Israele, Italia, Iugoslavia, Libano, Malta, Norvegia, Olanda, Rhodesia del Sud, Svezia, Svizzera, USA L’arrivo della squadra inglese è stato particolarmente commovente per il caloroso e fraterno saluto fra il Dott. Guttmann e il Dott. Maglio. Particolarmente ammirato è stato il pullman del Centro Paraplegici di Ostia, dotato di elevatore automatico per carrozzelle.


La cerimonia di apertura cominciò con la sfilata di tutte le squadre partecipanti preceduta dalla bandiera dei giochi: ad aprirla fu la squadra inglese, quale nazione fondatrice dei Giochi e la chiuse per dovere di ospitalità la rappresentativa italiana. Le gare durarono 6 giorni: la prima giornata comprese scherma, sciabola individuale per uomini e fioretto per donne, torneo di biliardo, pallacanestro. Nella terza giornata ebbero inizio le gare dei lanci, i tornei di pallacanestro e tiro con l’arco. Nei 50mt stile libero il nostro Santini si classificò primo con il tempo di 38.4, il nuovo primato olimpico della specialità.

CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE (ONU)


Dopo tante sofferenze e umiliazioni patite nel corso dei secoli le persone disabili stanno recuperando i loro diritti, sottratti per così tanto tempo. L’Assemblea delle Nazioni Unite, nel dicembre del 2006, approvò la Convenzione sui diritti delle persone disabili che ha da quel momento il compito di “promuovere, proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone disabili, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità” Seguono tre articoli, quelli più interessanti, della Convenzione: Articolo 5 Uguaglianza e non discriminazione 1. Gli Stati Parti riconoscono che tutte le persone sono uguali dinanzi alla legge ed hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a uguale protezione e uguale beneficio dalla legge. 2. Gli Stati Parti devono vietare ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità e garantire alle persone con disabilità uguale ed effettiva protezione giuridica contro ogni discriminazione qualunque ne sia il fondamento. 3. Al fine di promuovere l’uguaglianza ed eliminare le discriminazioni, gli Stati Parti adottano tutti i provvedimenti appropriati, per garantire che siano forniti accomodamenti ragionevoli. 4. Le misure specifiche che sono necessarie ad accelerare o conseguire de facto l’uguaglianza delle persone con disabilità non costituiscono una discriminazione ai sensi della presente Convenzione. Articolo 9 Accessibilità 1. Al fine di consentire alle persone con disabilità di vivere in maniera indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita, gli Stati Parti adottano misure adeguate a garantire alle persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri, l’accesso all’ambiente fisico, ai trasporti, all’informazione e alla comunicazione, compresi i sistemi e le tecnologie di informazione e comunicazione, e ad altre attrezzature e servizi aperti o forniti al pubblico, sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Queste misure, che includono l’identificazione e l’eliminazione di ostacoli e barriere all’accessibilità, si applicano, tra l’altro, a: (a) Edifici, viabilità, trasporti e altre strutture interne ed esterne, comprese scuole, alloggi, strutture sanitarie e luoghi di lavoro; (b) Ai servizi di informazione, comunicazione e altri, compresi i servizi informatici e quelli di emergenza La mobilità in tutti gli spazi del territorio, infatti, è il perno centrale di un’effettiva autonomia; si tratta di garantire un diritto umano, connesso alla visitabilità, all’accessibilità e alla fruibilità degli ambienti. La mobilità si attua con soluzioni mirate di trasporto pubblico e privato, sia con guida da parte del disabile che di un accompagnatore. Articolo 10 Diritto alla vita Gli Stati Parti riaffermano che il diritto alla vita è connaturato alla persona umana ed adottano tutte le misure necessarie a garantire l’effettivo godimento di tale diritto da parte delle persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri.



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