LA PROVINCIA DI IDENTITÀ DERIVATA

Se fosse possibile attribuire ai paesi le stesse caratteristiche degli uomini, Monteparano sarebbe sicuramente un’anzianotta incerta e di corta memoria, costantemente affacciata alla finestra del mondo ma incapace di scendere le scale e prendervi parte.

Monteparano è provincia, questo è certo. E come ogni provincia negli ultimi due secoli subisce l’attrazione magnetica dei grandi centri, delle città cosmopolite dai salotti culturali sempre vivi e dal più elevato tenore di vita. La provincia italiana è diventata un limbo terrestre. Incapace di garantire un fine ultimo e certo alla propria gente, la fa vegetare nel desiderio; il desiderio di migrare altrove.

Proprio su questo argomento, Roberto Balzani sul primo numero di quest’anno della rivista “Il Mulino” ha espresso un interessante punto di vista, con il suo articolo “La provincia senza intellettuali”, elaborando tre osservazioni di notevole importanza. In primo luogo, sottolinea che l’assenza dei momenti di aggregazione delle idee ha creato un’incapacità del singolo di incidere nelle dinamiche pubbliche. Infatti, se da un lato l’imperversare dei social network ha

permesso il «moltiplicarsi delle voci», dall’altro non è stato in grado di costruire opinioni solide e condivise. Quello a cui si assiste – a detta di Balzani – è una frammentazione sociale senza precedenti. In secondo luogo, ritiene meritevole di rilevo un dato insolito: l’assenza di conflitto. Il conflitto, assunto nei suoi aspetti democratici e nonviolenti, è in evidente dissoluzione all’interno delle province italiane; i grandi dibattiti, espressione di incontro di opinioni differenti ma ugualmente mature e solide, sono solo un nebuloso ricordo del passato. Gli individui oramai mantengono una certa riservatezza nell’esprimere le proprie

idee, non godono di occasioni che possano loro permettere di consolidarle e condividerle con gli altri, e non reputano più il dibattito uno strumento utile alla loro creazione. L’informe melassa che si genera è il seme dell’estremismo e dell’incertezza scientifica: praticamente una distopia contemporanea. In terzo luogo, l’autore riscontra una dissoluzione della cultura generale delle élite professionali, prima solidamente radicata nelle materie umanistico-scientifiche, oggi indirizzata verso una grigia tecnicizzazione. I saperi divengono sempre più

tecnici, e così anche la cultura popolare: il target degli individui che nutrono una passione per arte, musica, letteratura, diritto, storia e tradizioni ne è un esempio chiaro. Il dato evidenziato da Balzani è molto significativo: la globalizzazione ha traghettato il mondo verso una liberalizzazione della cultura umanistica – «tutti ora possono permettersi di conoscere» –, ma le classi dirigenti locali dimostrano una chiara ritrosia nel valorizzarla e nel promuoverla, salvo che in alcuni eventi formali.

Ciò che non sottolinea Balzani, ma che rappresenta senza dubbio il focus della questione, è che la cultura generale (segnatamente quella umanisticoscientifica) è il principale carattere identitario di un popolo. La letteratura è la lingua nobile del pensiero, la musica il lieto correre dei sentimenti, l’arte una fotografia eterna delle percezioni. Cosa sarebbe l’Italia senza le opere del Manzoni, senza le melodie del Puccini e senza la Venere del Botticelli? Nulla, sarebbe il nulla. O meglio: non sarebbe l’Italia.

Monteparano è provincia, questo è certo; ed è per questo che la descrizione di Balzani sembra essere l’autobiografia del nostro paese. Il tessuto popolare non è stato messo in condizione di produrre materiale culturale di alcun genere: non esiste una letteratura né un arte monteparanese, per non parlare della poesia e delle analisi storiografiche. Un quadro? Animale raro qui da noi. Il nostro popolo, impegnato a industriarsi nelle faccende della vita quotidiana così intrise di tecnicismo, ha trascurato l’importanza della cultura generale e dei suoi prodotti. I pensieri dei nostri avi, le antichissime ballate e le percezioni dei nostri compaesani d’un tempo sono state così condannate ad essere i precari caratteri identitari di un’epoca passata, e nulla di più. Le generazioni future sconteranno la condanna inflittagli dalle precedenti, essendo costrette nel breve tempo a loro disposizione a crearsi un’identità culturale.

Giunti a questo punto, sarebbe opportuno determinare in modo più preciso cosa sia un’identità culturale. Essa non è altro che il complesso degli aspetti che caratterizzano un determinato soggetto (in questo caso un popolo): le prelibatezze di cui si ciba, la musica che ascolta, i vestiti che indossa, le storie che racconta, le tradizioni che preserva, la storia che realizza. Tutti questi tratti sono considerati i caratteri identitari di un popolo, cioè ciò che lo differenzia dagli altri. Ad onor del vero, è opportuno dire che affievolendo tali caratteri è possibile generare macrocategorie culturali, riducendo le singole differenze a sub-culture territoriali o temporali. Un esempio lampante è dato dal fiorire degli Stati nazionali, e nel nostro caso dell’Italia unita (1861). L’Unità ha infatti prodotto l’omogeneizzazione culturale di interi popoli prima di allora divisi, permettendo il loro accomunarsi in un unico grande carattere identitario: la cittadinanza italiana. Da lì, fatta l’Italia, fu necessario fare gli italiani. Così furono incaricati alcuni illustri intellettuali dell’epoca (soprattutto il Manzoni) di lavorare ad un progetto di diffusione di una lingua nazionale – i cui tratti caratterizzanti saranno poi ereditati dalla lingua dei fiorentini dotti –, e di elaborare progetti di diffusione della cultura generale di base (i famosi progetti di scolarizzazione). In altri versi, si tentò di generare caratteri identitari nazionali che travalicassero i singoli territori per imporsi in tutta la penisola: si faceva il popolo italiano. I caratteri identitari preesistenti all’Unità continuarono ad esistere, dialetti compresi, ma furono ridotti al rango di sub-culture, non potendo più vantare un’egemonia incontrastata all’interno del loro territorio. Infine, l’identità può essere di due sole tipologie: originaria o derivata. Nel primo caso, è tale se viene generata autonomamente da un popolo, perché non provenendo da alcun altro ambiente è il frutto di un processo di autodeterminazione culturale. Nel secondo caso, invece, essa è inequivocabile derivazione di una cultura esterna al popolo stesso, ovvero risultante da un processo di eterodeterminazione culturale.

L’imperversare della globalizzazione, la rivoluzione digitale e l’avvento dei social network hanno permesso un più veloce traffico di informazioni e notizie, influenzando di certo anche la cultura dei popoli. Non è un caso che alcune usi prima confinati in territori distanti vengano oggi praticati anche in Italia. Questo aspetto di “contaminazione culturale” (non sempre un male) è facilmente riscontrabile nel diffondersi di modi di selezionare l’abbigliamento condivisi (outfits) e nell’utilizzo degli stessi intercalari in sempre più vaste aree del globo (slang). Si fa strada un nuovo carattere identitario, prepotentemente traghettato dalla rivoluzione digitale: la cittadinanza digitale. Questo carattere ha una sua

origine (sempre più distante da noi) e una sua area di diffusione (sempre più vicina a noi).

Insomma, mentre nuove culture fioriscono e si diffondono, i nostri territori di provincia osservano il mondo come un’anzianotta incerta e di corta memoria, incapaci di prenderne parte.

Come tutte le province d’Italia, Monteparano oggi tratteggia la sua identità mutuandone una parte dai social network, un’altra dai mass media e un’altra ancora da qualche residuo tradizionalista delle culture passate. Un grande amalgama informe e insensato, privo di una consapevolezza condivisa e di un proprio carattere teleologico. Monteparano oggi è una provincia d’identità derivata.

Voler contrastare questo significa partire da un presupposto antropologico di notevole rilievo: ogni provincia ha un proprio patrimonio sapienziale, una cultura nascosta iscritta nell’animo degli uomini. Monteparano è ricca, o potrebbe esserlo, ma non lo sa. Serve approntare dei piani programmatici specifici attraverso cui la classe dirigente locale (le «élite professionali» di Balzani) decida di destinare fondi cospicui alla valorizzazione di una cultura popolare autoctona; rivalutare il patrimonio storiografico del nostro paese e incentivare le più giovani menti alla produzione di materiale culturale. Tutto questo, per evitare che il nostro paese diventi una colonia globalizzata.

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