LA SVOLTA CILENA: LA FINE DI UN’EPOCA


Il Cile premia il leader delle proteste studentesche: elegge Boric nuovo Presidente della Repubblica. Ma con la nuova Costituzione ancora da scrivere la strada è tutta in salita


SOMMARIO: Il Paese delle innegabili contraddizioni - Gli anni della dittatura: dal golpe al tramonto del tiranno – Una vera e propria bomba ad orologeria – La rivolta dei 4 centesimi – Le colpe dei bianchi – La decisione: una nuova Costituzione – Boric è il nuovo Presidente


Il Paese delle innegabili contraddizioni

Il Cile è certamente il Paese delle innegabili contraddizioni ma anche delle grandi speranze. Da 15 anni era al potere una feroce dittatura conservatrice e, quando oramai tutto pareva perduto, un plebiscito ne sentenziò la fine. È stata la fertile terra della transizione democratica durata trent’anni e mai completata, delle illusioni della parità di genere mai raggiunta e della dignità del lavoro sempre ignorata. È stato il teatro della grande ripresa economia – del «miracolo cileno» – e delle ineluttabili diseguaglianze sociali.

Il Cile è stato, e rimarrà – almeno per i prossimi dieci anni –, un laboratorio sociologico di grande spessore. Il suo popolo il grande protagonista dell’ultimo segmento storiografico che condurrà definitivamente il Paese alla svolta democratica.

È il 19 dicembre 2021. Il popolo cileno è in delirio, le piazze di Santiago brulicano di attivisti in festa e nell’aria si percepisce l’atmosfera distensiva da tanto tempo anelata. Gabriel Boric, leader studentesco delle proteste del 2011 e del 2019, è il nuovo Presidente della Repubblica del Cile.

Però, prima di traghettare il lettore sino al giorno dell’elezione, è importante fare un breve passo indietro. Tratteggiando così lo scenario storico-politico che, segnando indelebilmente la vita della popolazione, ha permesso l’elezione del presidente più giovane della storia del Cile.


Gli anni della dittatura: dal golpe al tramonto del tiranno

Era l’11 settembre del 1973, Santiago era assediata dai manifestanti, le forze dell’ordine proseguivano a tambur battente verso Palazzo della Moneda (la sede ufficiale del Presidente della Repubblica, ndr). Un colpo di Stato si stava consumando sotto gli occhi increduli di Salvator Allende (Presidente della Repubblica, nonché leader della colazione di sinistra Unità Popolare, ndr). Questi, poco prima che il conflitto urbano si concludesse, si tolse la vita, tentando così di sfuggire alle violenze dei suoi oppositori. A capo dei militari golpisti c’era il generale Augusto Pinochet.

In poche ore avvenne l’irreparabile. Il regime democratico cileno fu ribaltato, Pinochet era il nuovo dittatore cileno.


In foto Pinochet Ugarte Augusto nel 1973


Il generale, di indubbia ispirazione conservatrice sul piano politico e di fede neoliberista su quello economico, si distinse subito per la fermezza dei suoi provvedimenti repressivi e per le riforme di liberalizzazione del mercato (un ossimoro che contribuì a disincantare, ndr).

Nel corso del suo governo, inoltre, si macchiò di ignobili crimini contro l’umanità. Fu condannato, dopo una concitata vicenda giudiziaria che lo vide prima beneficiario di una sequela di immunità – compresa quella prevista per condizioni psichiche precarie – e poi giudicato senza riserve, per l’omicidio del suo predecessore, il generale Carlos Prats. Inoltre, il Rapporto Valech pubblicato nel 2005 svela la colpevolezza del regime cileno in riferimento al reato di tortura di oltre 35.000 persone.

Il colpo di Stato Cileno, l’avvento al potere di un dittatore senza scrupoli e l’acuirsi delle diseguaglianze sociali contribuirono nel tempo alla creazione di imponenti sacche di malcontento, covate all’ombra della violenza e dell’intransigenza governativa. Le diseguaglianze, come un maestoso bacino carsico, emersero drasticamente nelle votazioni plebiscitarie del 1987, decretando la fine del regime.

Il Cile si avviava alla tanto attesa transizione democratica.


Una vera e propria bomba ad orologeria

Il periodo della transizione democratica (1990-2020) è stato attraversato da una miriade di personalità politiche moderate: dai democristiani del Partito Democratico Cristiano del Cile (Aylwin e Frei Ruiz-Tagle) ai socialdemocratici del Partito per la Democrazia (Lagos Escobar) e ai socialisti del Partito Socialista del Cile (Bachelet), fino ad arrivare ai conservatori del partito Rinnovamento Nazionale (Piñera).

Nel corso di questi anni ciò che ha caratterizzato la politica cilena è stata l’incapacità di apportare delle riforme strutturali al sistema di istruzione, ospedaliero e pensionistico; oltreché l’assenza di un programma d’interventi volti a correggere le storture del capitalismo dominante incarnatesi nelle diseguaglianze sociali.

Problematiche ataviche, che tutt’oggi fanno del Cile un vero e proprio ossimoro.

Infatti, il Cile, nonostante sia uno dei primi Paesi dell’America Latina per indice di sviluppo umano (per ISU supera Argentina, Uruguay, Messico e Brasile), percentuale di globalizzazione, PIL procapite (20.000 dollari), livello di crescita economica e qualità della vita, è anche uno dei primi in riferimento all’elevato tasso di diseguaglianze sociali e l’ultimo per la distribuzione della ricchezza. Tutte conseguenze derivanti dal«miracolo cileno». Questo «miracolo», ha scritto però la giornalista Fernanda Paúl su BBC Mundo, «sembra abbia ignorato le richieste di una società che sostiene di essere stata maltrattata».


Il grafico degli indici di Gini sulla diseguaglianza


L’acuirsi di questi aspetti problematici ha indotto la struttura sociale ad una inevitabile frattura, consumatasi lentamente e al cospetto dell’immobilismo governativo; rafforzata, altresì, dalla mai superata divisione politica tra democratici e pinochettisti.

Uno scenario di una fragilità elevatissima, traboccante di rabbia e disinformazione, slabbrato dal moto pendolare dei governi che, alternandosi in un continua codardia istituzionale, non hanno mai avuto la possibilità di apportare riforme incisive al Paese. Così contribuendo a spingere la popolazione a compiere una generalizzazione delle personalità politiche (che da noi si sintetizza nel lemma populismo, ndr): tutte catapultate nel largo calderone degli «incompetenti». Uno scenario fragile, che però diviene anche il più sensibile alle manifestazioni popolari, soprattutto se organizzate per contrastare la diseguaglianza: una vera e propria bomba ad orologeria.


La rivolta dei 4 centesimi

Così, il 7 ottobre del 2019, a causa dell’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana nelle ore di punta, a Santiago ha inizio l’Estadillo Social (lo sfogo sociale). Una protesta popolare che coinvolge migliaia di manifestanti, tra cui figurano primariamente studenti delle scuole secondarie e delle università.

Il biglietto della metropolitana è aumentato di 30 pesos (da 800 a 830 pesos) – da 0,98 a 1,02 euro: l’equivalente di quattro centesimi europei. Nonostante la somma irrisoria per alcuni, le proteste di «estadillio» (sfogo, ndr) erano per alcuni l’occasione giusta per dimostrare il proprio malcontento nei confronti delle politiche governative.

Lucía Dammert, analista politica e docente dell’Universidad de Santiago, ha spiegato a El País che le proteste sono guidate «da una nuova generazione di cileni, che hanno meno di 30 anni, che non hanno conosciuto la dittatura, aperti alla possibilità di esprimere le proprie sofferenze e che, disillusi, sentono che non hanno niente da perdere».

Le prime ore di protesta sono caratterizzate dagli ingressi massivi nelle metropolitane senza biglietto. Seguono le occupazioni e poi gli scontri con i Carabineros. In pochi giorni a Santiago si è scatenata una guerriglia urbana.

Come una incipiente macchia d’olio, le proteste si sono diffuse in tutto il Cile, scatenando «una delle maggiori sfide dal ritorno della democrazia nel 1990» (El Pais). Lo stato di emergenza è stato esteso alla provincia di Concepción, a tutta la regione di Valparaíso (tranne l'isola di Pasqua e l'arcipelago Juan Fernández) e alle città di Antofagasta, Coquimbo, Iquique, La Serena, Rancagua e Valdivia. Il 22 ottobre il presidente Sebastian Piñera ha rilasciato dichiarazioni molto incisive, alludendo allo scoppio di una cruenta guerra civile.


Marcia di protesta contro il Governo Piñera II del 25 ottobre 2019


Alcuni giorni dopo il Presidente, indulgendo – per necessità e non per convinzione – le rivendicazioni dei manifestanti, ha ritirato la legge e scongiurato futuri aumenti del costo del biglietto della metropolitana. Le folle però non hanno accennato a porre fine alla guerriglia, chiaramente perché «le ragioni delle proteste sembrano essere molto più profonde» (Il Post).

«Non sono solo 30 pesos», ha scritto la giornalista Paulina Sepúlveda su La Tercera, uno dei principali quotidiani del Cile, riferendosi al fatto che secondo lei l’aumento del costo del biglietto della metro della capitale nell’ora di punta non sarebbe la ragione centrale delle proteste. «Quello che si chiede è affrontare la disuguaglianza».


Le colpe dei bianchi

Prescindendo dal fatto che i 30 pesos possano essere la causa primaria della protesta o solo un pugnace emblema, si può arguire come le diseguaglianze cilene abbiano origini ben più ancestrali.

Secondo un rapporto pubblicato nel 2017 dal PNUD, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo del Cile, il punto di partenza delle grandi disuguaglianze della società cilena fu l’assegnazione delle terre realizzata durante l’epoca coloniale spagnola, che favorì i discendenti «dei bianchi», cioè degli europei, e segnò l’inizio della classe alta cilena.

Nel corso del tempo, baluardo delle diseguaglianze fu il sistema delle «haciendas», grandi aziende agricole in cui i padroni gestivano la manodopera di impiegati e «peones» (i lavoratori agricoli, ndr) e poi tramite il sistema di lavoro imposto nelle miniere. Poi, il passaggio alla moderna economia di mercato: «C’è una configurazione storica strutturale che prevede una distribuzione delle risorse, un quadro istituzionale, un sistema normativo e legale che danno forma a questi livelli molto diseguali di reddito e di rappresentazione politica», asserisce María Luisa Méndez, docente dell’Universidad Católica di Santiago, commentando il lavoro del PNUD.

Le ineluttabili diseguaglianze odierne altro non sono che la risultante della miriade di processi storici che si sono succeduti fino ad oggi. Cristóbal Bellolio, docente dell’Universidad Adolfo Ibáñez, riferisce a BBC Mundo che «non è un mistero che il Cile sia un paese molto disuguale, nonostante il fatto che oggi ci sia meno povertà rispetto al passato».

La decisione: una nuova Costituzione

Il complesso dei «manifestanti della metropolitana» - divenuti milioni – ha tuonato all’unisono «vogliamo una nuova Costituzione». Una richiesta necessaria ad assicurare una cesura concreta con il passato. Infatti, la Costituzione ancora in vigore in Cile fu approvata nel lontano 1980 (in piena dittatura, ndr) e, seppur con i numerosi emendamenti, è ancora l’autobiografia di una Nazione, per dirla con Gobetti, che non ha mai chiuso i conti con il passato.

Interessante è la riflessione di Anna Mastromarino in “Quando la Costituzione si fa memoria. Perché le piazze cilene chiedono una nuova Costituzione” (DPCE online), sul rivolgimento effettivo che le Carte fondamentali hanno nel sollecitare la memoria popolare: «Come accade con altri strumenti memoriali, anche attraverso le carte costituzionali, infatti, si contribuisce a canonizzare e selezionare una interpretazione del passato, per porre le basi valoriali di un sistema legale e politico, avviando un’attività giustamente definita di constitutional memory, manifestazione di una più ampia prassi di istituzionalizzazione della memoria».


Così, il 25 ottobre 2020 la popolazione cilena è stata chiamata alle urne per votare il «referendum sulla Costituzione». Questo, definito poi Plebiscito Nazionale, presentava il serafico quesito «Vuoi una nuova Costituzione?». Lo spoglio delle schede ha sancito un esito privo di ambiguità: il 78,28% ha votato «apruebo» (approvo). Il Cile avrebbe avuto una nuova Costituzione.

Circa 7 mesi dopo, il Cile ha già votato la nuova Costituente. Gli schieramenti politici affermatisi nel nuovo (e momentaneo) emiciclo sono stati la limpida proiezione del risultato che, di lì a poco, si sarebbe palesato per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Al centrosinistra di Apruebo Dignidad e Lista del Pueblo è andato il 35% dei voti (rispettivamente il 18,74% e il 16,24%) e 53 dei 138 seggi, mentre al centrodestra di Vamos por Chile il 20,56% e 37 seggi; la percentuale restante dei voti è stata espressione di candidature indipendenti, tra cui figura preminentemente Indipendientes No Neutrales con l’8,29% e 11 seggi.

Il procedimento avviato per formulare una nuova Costituzione è chiaramente dei più delicati e complessi. La storia cilena ha raggiunto l’apice di una nuova rivoluzione giuridica che, se pur considerata da alcuni l’aspetto meno rilevante rispetto ai mutamenti culturali e sociali avvenuti negli ultimi trent’anni, rappresenta chiaramente il principio di una nuova epoca storica.


Il manifesto ufficiale del Plebiscito Nazionale del 25 ottobre 2020



Boric è il nuovo Presidente

Il Plebiscito Nazionale e l’elezione dei membri della nuova Costituente non sono gli unici appuntamenti elettorali a cui il popolo cileno è stato chiamato partecipare, ce n’è stato un terzo: l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Le votazioni si sono svolte in due tranche. La prima, tenutasi il 21 novembre 2021, non ha visto nessun candidato raggiungere la maggioranza assoluta dei voti, il che ha condotto inevitabilmente ad un ballottaggio tra i due candidati più votati: il conservatore José Antonio Kast e il progressista Gabriel Boric. La seconda, tenutasi il 19 dicembre 2021, ha decretato l’esito finale: Gabriel Boric è il nuovo Presidente della Repubblica del Cile con il 55,86% dei voti.

Un vittoria di misura che non lascia spazio ad equivoci. La transizione democratica, iniziata trent’anni fa, non si è ancora compiuta e, nonostante una fascia della popolazione non si senta più pinochettista, una cospicua percentuale del «pueblo» guarda ancora con diffidenza alle candidature progressiste del centrosinistra.


Ritorniamo, quindi, al punto da cui siamo partiti: il 19 dicembre 2021, il giorno dell’elezione di Boric.

Le piazze di Santiago brulicano di persone in festa: s’intonano cori, si improvvisano ballate, ci si abbraccia in lacrime stremati dalla lunga agonia delle proteste. Periodicamente, la folla disordinata ritrova la compostezza per strepitare all’unisono un vecchio slogan, rispolverato dai momenti fulgidi della presidenza Allende: «El pueblo unido jamàs sera vencido!» (Il popolo unito non sarà mai sconfitto). La festa continua per alcune ore. La folla, sempre più pingue, riempitasi di altre migliaia di connazionali, converge verso l’Alameda Bernardo O’Higgins, dove si terrà il discorso del Presidente.

Boric arriva dopo alcune ore scortato dai suoi compagni di partito, dagli amici di una vita e dai suoi sostenitori.

« Buona sera Cile! Grazie a tutti voi, a tutto il popolo, a tutto il popolo del Cile.

Prima di tutto, ringrazio tutti gli uomini e le donne cileni che oggi sono andati a votare, onorando il loro impegno per la democrazia.

Non importa se hanno votato per me o per il mio avversario: l’importante è che lo abbiano fatto, che siano stati presenti, che abbiano mostrato il loro impegno per questo paese che appartiene a tutti noi (…) », esordisce il neoeletto Presidente. Proseguendo rimarca la ferma volontà di mantenere fede alle riforma promesse in campagna elettorale. Infatti, uno dei principali punti su cui si soffermerà l’agenda presidenziale è l’intervento per «riformulare il sistema della pensioni, conferendo maggiori tutele alle classi sociali più svantaggiate», tratteggiando un sistema solidale e contributivo. Gli altri aspetti su cui il Presidente si soffermerà nei prossimi giorni sono la tutela del «diritto all’acqua pubblica», la rassicurazione dei mercati, la nomina di un ministro dell’Economia che non spaventi gli operatori internazionali e la collaborazione con l’opposizione anche in vista del processo Costituente.

L’intervento di Boric a Santiago è il puntuale incoraggiamento che tutti i cileni si aspettavano di ricevere: superare le contrapposizioni ideologiche, storiche e politiche per ricostruire insieme un Paese nuovo, intervenire in maniera massiva per colmare le diseguaglianze e preparare il terreno per la realizzazione di una nuova Costituzione.

Un complesso di attività non facili, dati i precari equilibri alla Camera e il quasi certo scontro con la compagine politica conservatrice. Per il Presidente la strada è tutta in salita.

Il futuro del Cile è avvolto nella densa nebbia dell’imprevedibilità, ma il popolo cileno respira già un aria diversa: è la fine di un’epoca.

51 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

GENTILE PRESIDENTE DRAGHI, Ho letto con molta attenzione il Suo intervento al Parlamento riunitosi a camere unite in occasione del collegamento con il Presidente Zelensky. All’interno del Suo discorso