La Vaccinazione - dal 700’ al Green Pass

Aggiornamento: 21 ott 2021

Prelevare del pus essiccato dalle piaghe infette di un malato di vaiolo in via di guarigione potrebbe non sembrare un’ottima idea tanto per cominciare; mettere quel pus in un taglio superficiale della propria pelle per infettarsi e procurarsi a propria volta la malattia appare senz’altro follia pura. Agli inizi del 700’ però, in Europa, questo era un fenomeno discretamente comune.

Definita vaiolizzazione, questa pratica nacque probabilmente in Asia o in Medio Oriente e fu solo successivamente introdotta in Europa nella speranza di prevenire le forme gravi di infezione da virus del vaiolo: la malattia, normalmente diffusa per via aerea (dall’infezione delle vie aeree il virus diffonde al resto del corpo), poteva essere così contratta in forma lieve, immunizzando il soggetto senza conseguenze gravi nella maggior parte dei casi. La procedura in realtà non era esente da rischi: chi veniva trattato con questa pratica poteva talvolta diventare contagioso (diffondendo a sua volta la malattia) e si stima che circa il 2% dei vaiolizzati morisse comunque a causa dell'infezione (tra atroci sofferenze, ndr). Questo metodo, che oggi appare arcaico e - giustamente - ripugnante, all'epoca ebbe però un discreto successo. Ciò è certamente da addurre alla minaccia che il virus del vaiolo rappresentava, da solo responsabile del 7-12% delle morti totali nell’Inghilterra del 18esimo secolo, nonché di un terzo del totale delle morti infantili.


Chi sopravviveva alla malattia portava con sé a vita i segni del contagio: non di rado i malati (soprattutto se bambini) mostravano deformità ossee, danni alla vista (a volte cecità permanente) e, nel 65-80% dei casi, profonde cicatrici deturpanti sulla pelle, in particolare sul volto. Il marchio del vaiolo. Per ricapitolare quindi, nel 1700 in Inghilterra: · Ogni 10 morti,1 morto è per Vaiolo; · Ogni 3 bambini morti, 1 morto è per Vaiolo; · Ogni 10 guariti dal Vaiolo, 8 portano sulla pelle a vita i segni della malattia. A volte torna utile vedere le cose da una prospettiva diversa.



Ma cosa c’entra tutta questa storia col Green Pass? C’entra, perché la nascita del vaccino è datata al 1796, anno in cui Edward Jenner, medico inglese, iniettò in alcuni pazienti del pus prelevato da un bovino infetto dal cosiddetto “vaiolo della vacca” nella speranza di immunizzarli contro il vaiolo umano senza i rischi (grossi) della vaiolizzazione.

Fortuna volle che lo stratagemma funzionò: nacque così il primo vaccino.

Quello che sembra un rito pescato da un manuale di stregoneria rappresenta in realtà un punto di svolta per la medicina moderna, nato da una felice intuizione.

Jenner osservò come i mungitori di mucche in genere non contraessero il vaiolo umano in forma grave e ipotizzò che ciò dipendesse dal loro lavoro: durante l'attività di mungitura i fattori venivano spesso a contatto con pustole infette da vaiolo della vacca e, non portando guanti, contraevano a loro volta l'infezione.

Il principio è lo stesso della vaiolizzazione ma il pus stavolta è preso dalla mucca e non dall'uomo.


Da qui il nome del vaccino (vacca - vaiolo vaccino - vaccino).


La ragione per cui questo processo funziona è legata a quello che oggi sappiamo essere un meccanismo di “immunità crociata” tra due virus diversi ma simili (il Virus del vaiolo, di origine umana, ed il Vaccinia virus, di origine bovina): in soldoni, se l’uomo contrae il virus meno pericoloso (e guarisce) può sviluppare una protezione immunitaria anche contro le infezioni del virus più pericoloso, non presentando perciò forme gravi di malattia.


Sono passati circa tre secoli dalla nascita della prima rudimentale forma di vaccinazione ma il principio base della metodica resta lo stesso – si mira a produrre una risposta immunitaria efficace nel vaccinato senza che si sviluppino le conseguenze gravi della malattia.


Cos’è cambiato da allora?


Il Dottor Jenner, per quanto avesse alcune prove a sostegno della sua teoria, oggi non potrebbe replicare l’impresa che lo rese famoso: il suo protocollo sperimentale probabilmente non sarebbe approvato da nessun comitato etico (e per ottime ragioni!).

La sperimentazione in ambito clinico oggi risulta strettamente regolamentata e subordinata alla presenza di tutta una serie di dati scientifici solidi e adeguatamente revisionati da numerosi esperti di più settori specialistici, ottenuti da simulazioni, test e ricerche svolte prima della sperimentazione sull’uomo (un bel salto se pensiamo che siamo partiti dalle semplici considerazioni di un singolo dottore). La storia delle epidemie di vaiolo nel mondo si è conclusa verso la fine del secolo scorso, al termine di una massiccia campagna vaccinale globale promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha portato nel 1979 alla definitiva eradicazione della malattia dal mondo (n.b: il virus del vaiolo si trasmetteva solo da uomo a uomo pertanto, non essendo presenti casi attivi, il virus risulta attualmente estinto in natura - numerosi campioni del virus sono ancora conservati in laboratori di massima sicurezza in giro per il mondo). La speranza è che possa presto dirsi lo stesso di un virus cronologicamente più vicino a noi, che ci ha accompagnato nell’ultimo anno e mezzo di vita, stravolgendola: il SARS-CoV-2, ormai entrato nella nostra quotidianità con il nome di Covid.

Dal 700' siamo arrivati al Covid (ed alla vaccinazione Anti-Covid). Il salto è lungo ma serve a fare qualche considerazione.

Nell'ultimo anno e mezzo siamo stati tutti costretti a modificare radicalmente il normale flusso delle nostre vite per proteggere i membri più deboli della nostra società, ma non solo loro: sarebbe sbagliato ignorare quanti ci hanno lasciato nel pieno delle loro forze (nonostante quanto dica chi vuole derubricare il Covid al rango di una semplice influenza). L’antico adagio “Prevenire è meglio che curare!”, sicuramente precedente a Jenner e al vaccino, è tenuto in gran conto dalla medicina moderna e dalle politiche in materia di sanità pubblica che da essa scaturiscono. Non solo, la prevenzione spesso passa attraverso una serie di interventi che con medici, infermieri e ospedali non hanno molto a che vedere: lavaggio e igienizzazione delle mani, mantenimento della distanza interpersonale e uso della mascherina sono gli esempi più comuni ed immediati di cui disponiamo, ma anche sistemi diffusi di ricerca attiva dei contagi, monitoraggio dei contatti stretti e verifica dello stato di immunizzazione degli individui rientrano in questa casistica generale. Sembra sia pacificamente accettato il fatto che una mela al giorno tolga il medico di torno, tuttavia un tampone ogni due giorni o due dosi di vaccino ogni dodici mesi non sembrano convincere l’opinione pubblica altrettanto bene.

Qui arriviamo al Green Pass, l’imperfetta via di mezzo per tutelare chi desidera vaccinarsi e chi invece preferisce, a suo rischio e pericolo, non farlo. I dati infatti parlano chiaro: a fronte del completamento del ciclo vaccinale per oltre l'80% della popolazione italiana (e all'allentamento delle misure restrittive) si registra una prevalenza netta di soggetti non vaccinati sia tra i nuovi ricoveri in terapia intensiva che tra i decessi da covid - prova che la vaccinazione funziona ed è l'alternativa attualmente più sicura.


Al centro di critiche di varia natura, l’intento del Green Pass appare comunque evidente: risolvere un conflitto di interessi tra il diritto alla salute di chi desidera scegliere i trattamenti e le cure cui sottoporsi, nel rispetto delle proprie convinzioni personali, e le obbligazioni sociali che scaturiscono dal vivere in un mondo dove siamo tutti connessi a vario titolo tra noi e in cui le nostre azioni hanno un effetto su coloro che ci circondano. Oltre la libertà di opinione, l’esercizio di una libertà può violare una libertà altrui, tanto più quando costui non ha altra scelta? Chi non gode di un sistema immunitario sano e competente può opporre il proprio diritto di non ammalarsi a quello di chi rivendica il proprio di poter correre il rischio?

Se il Green Pass assume la forma dell’obbligo, dov’è lo spazio per la libertà? Bisognerebbe porsi un’altra domanda in realtà: quale libertà stiamo difendendo? Per quanto ci si sforzi di dare al mondo connotati di senso “umani”, l’universo ragiona secondo leggi proprie che con il senso di giustizia umano hanno spesso poco a che spartire. Un sinonimo di malattia è “male”, ma va considerato come questa sia un male per l’uomo, un male per noi. Le malattie, in verità, esistono e basta, oltre i concetti di bene e male – siamo noi a dare un’accezione positiva o negativa alle cose. Se ciò vale per le cose che esistono all’infuori di noi, ciò che noi facciamo, prodotto del nostro giudizio e ragionamento, può essere considerato entro certi limiti giusto o sbagliato, esponendoci dunque ad una certa responsabilità: se una malattia è un male, un bene è certamente combatterla e, se è possibile, prevenirla. Aiuta a volte mettere le cose in prospettiva per osservarle meglio.


Tornate con la mente a dicembre del 2019 e chiedetevi se avreste potuto prevedere che qualcosa grande appena 160 nanometri (ovvero 0,000016 cm) fosse in grado di mettere in scacco un mondo complesso ed evoluto come il nostro.


Non avreste potuto: le arti divinatorie sono proprie degli indovini e, se ne conoscete qualcuno, fatevi dare i numeri della prossima estrazione del lotto.


Oltre due secoli sono passati dalla nascita del (disgustoso) vaccino contro il vaiolo e se il vaiolo ce lo siamo scordati è anche grazie a chi ha ancora una cicatrice ovale sul braccio, perché il vaccino ha funzionato nell'impegno congiunto di tutti.


Mettetevi ora nei panni di un contadino inglese del 1700 pronto per la vaiolizzazione, messo davanti ad una dose di croste prelevate da piaghe purulente, e provate a immaginare un futuro come il nostro: potreste riuscirci, nelle vostre più rosee fantasticazioni, magari dopo un bicchiere di troppo.


Tutto sommato è meglio vivere in un’epoca in cui possiamo dare tutto questo per scontato.

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