Pena, perdita di libertà o di dignità?

L’Italia, dove si muore di carcere.

Quello delle carceri è uno dei temi tabù della politica italiana sconosciuto dalla maggioranza della popolazione: problematica che consideriamo lontana anni luce dalla nostra quotidianità̀ ma che, in realtà̀, è estremamente vicina. Escludendo le battaglie dei radicali, la questione non viene quasi mai affrontata con la dovuta serietà̀. Anonimi trafiletti sui quotidiani e poi il nulla. Eppure le carceri italiane scoppiano. Un Paese come il nostro può̀ definirsi davvero democratico con un'emergenza tanto vistosa quanto repressa? Investire in favore di chi ha nociuto rischia l'impopolarità -e la politica lo sa bene- ma una legislatura moderna deve trovare soluzioni alternative che abbiano sempre e comunque come tema centrale quello della rieducazione del detenuto.

L’idea dell’esistenza di alcune regole sociali, che se infrante comportano una punizione e riparazione, risale fin dai tempi antichi. La pena è lo strumento più efficace di prevenzione del delitto, ed è stata praticata in molteplici modi. Platone, nel “Protagora”, affermava che “chi cerca di punire secondo ragione non punisce a motivo del delitto trascorso, [...] ma in considerazione del futuro, affinché non commetta nuovamente ingiustizia quello stesso che viene punito, né altri che vedano costui punito.” Nel Protagora la pena ha una funzione di deterrenza sia specifica, in quanto evita che un criminale ripeta lo stesso delitto, sia generale, in quanto evita che altri commettano quel reato

Nei tempi moderni la detenzione si afferma come condanna umanitaria: tutti vengono privati dello stesso tempo di libertà e la misura del tempo consente di rendere la pena in proporzione alla gravità del reato commesso. Il passato, invece, ha assistito al diffondersi di pene corporali, della pena di morte e dell’esilio. Il corpo perdeva di dignità ed era bersaglio della pena. Dalla ghigliottina della rivoluzione francese ai roghi delle presunte streghe, il corpo era dato in spettacolo, producendo un crimine tanto più forte del delitto commesso. Oggi è scomparso il corpo come principale bersaglio della repressione penale. Il cerimoniale della pena tende ad entrare nell’ombra, per non essere altro che un nuovo atto procedurale o amministrativo.

Nonostante questo, tutt’oggi, seppur raramente, assistiamo a cerimoniali e testimonianze che ci riportano ai tempi passati. Ne è un esempio “L’assassinio legale di Saddam Hussein” - conclusosi con tutti i riti barbarici che si usano in questi casi- che ha riportato in primo piano la discussione sull'opportunità di servirsi della morte come pena per punire, con la stessa moneta, quanti si sono macchiati di delitti e hanno esercitato violenze tiranniche nel periodo del loro comando. E’ realmente giusta una pena tanto drastica? Quali risultati potrebbero essere raggiunti? La drasticità delle pene ed il problema generale delle carceri ci porta a ricercare delle pene alternative come ad esempio la depenalizzazione di alcune tipologie non gravi di reato, dal consumo di cannabis alla presenza irregolare degli immigrati. Altra soluzione sono il ricorso a pene alternative, come gli arresti domiciliari e le pene extra-murarie in percorsi rieducativi con lavoro obbligatorio. La maggior parte delle idee però secondo recenti studi trova più critici che fautori, sia per la pesante nuvola di giustizialismo che ci assorbe da troppo tempo, sia per sfiducia nelle capacità organizzative e di controllo dei servizi sociali.

Dalla bontà delle leggi penali dipende principalmente la libertà del cittadino. [...] Il trionfo della libertà si ha quando le leggi penali traggono ogni pena dalla natura particolare del delitto. Cessa ogni arbitrio, la pena non deriva dal capriccio del legislatore, ma dalla natura della cosa; e non è l’uomo che fa violenza all’uomo.”. ( Montesquieu) La pena rimane il deterrente più sicuro, ma anche il più facile da applicare. Ma se si agisse con modalità diverse? Se non si aspettasse che qualcuno commetta un reato? Se si educasse alla libertà? Abbiamo dimenticato il valore del divieto, manca la cultura del rispetto. Se ristabilissimo tali valori, l’intervento della pena sarebbe inutile. Ma è pura utopia e non funziona nel mondo reale.

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